Intervista a Nausica Manzi: L'anima alchemica di Aisling tra sguardi, rinascita e orizzonti internazionali
Intervista a Nausica Manzi: L'anima alchemica
di Aisling tra sguardi, rinascita e orizzonti internazionali
D: Nausica, riceverai a breve un prestigioso premio letterario a Edimburgo per il tuo romanzo, Aisling. Che emozione si prova a portare una storia così intima e viscerale in un contesto internazionale, e cosa rappresenta per te questo riconoscimento nel cuore della Scozia?
R: Ricevere questo premio a Edimburgo è un’emozione che fatica a trovare confini nelle parole, un misto di stupore e profonda gratitudine. Edimburgo è una città che ha un'anima letteraria densa, fatta di pietre antiche, nebbia e storie che sembrano respirare tra i vicoli; quindi sentirmi accolta lì è come se Aisling, e anche Dhà, il mio primo romanzo, tornassero a casa. Questo riconoscimento non lo vivo come un punto d'arrivo, ma come la prova che le storie nate dal silenzio e dal dolore più autentico possiedono una lingua universale. Quando scrivi, ti senti solo con la pagina bianca; sapere che quella voce ha attraversato i confini ed è risuonata nel cuore di lettori e giurati lontani è la dimostrazione che la letteratura accorcia le distanze e ci rende tutti parte della stessa mappa umana.
D: Il titolo stesso del romanzo, Aisling, evoca un sogno, una visione. Ma leggendo le tue pagine si avverte con forza che questo sogno passa attraverso il fuoco della trasformazione. Qual è il significato profondo di rinascita racchiuso in questo libro?
R: La rinascita, in Aisling, non ha nulla a che fare con la leggerezza o con un lieto fine consolatorio. Non credo nelle rinascite che cancellano il passato come se non fosse mai accaduto. Per me, la vera rinascita è un atto alchemico: è la capacità di attraversare le ceneri di ciò che siamo stati, di guardare in faccia le nostre ferite più profonde e decidere di abitarle finché non smettono di fare male allo stesso modo. Aisling è il racconto di un risveglio che passa inevitabilmente attraverso la crisi. Si rinasce solo quando si ha il coraggio di morire a tutte le versioni di noi stessi che abbiamo indossato per compiacere gli altri o per sopravvivere. È un romanzo che urla che la bellezza non è l'assenza di fratture, ma il modo in cui scegliamo di ricomporre i cocci, lasciando che la luce torni a filtrare proprio attraverso le crepe.
D: C'è un elemento che attraversa tutto il romanzo come un filo nero e luminoso insieme: lo sguardo. Lo definisci una "traiettoria etica del profondo". Scrivendo questo libro, quanti e quali sguardi ti sei portata dentro? Sguardi che ti hanno ferito e sguardi che ti hanno curato...
R: Questa è una domanda che mi tocca corde molto intime. Scrivere Aisling ha richiesto fatica, e io non ho fatto altro che tornare ad abitare gli sguardi degli altri, e prima ancora, il mio riflesso in essi. Gli sguardi sono geografie invisibili: ci definiscono, ci salvano o ci annientano. Negli anni in cui ho scritto questo romanzo, mi sono portata dentro gli sguardi che mi hanno ferito: quelli taglienti dell'incomprensione, quelli giudicanti che ti inchiodano a un'etichetta, o peggio, lo sguardo di chi ti attraversa senza vederti davvero, che è la forma di oblio più dolorosa. Ma ho custodito con altrettanta cura — e forse con più devozione — gli sguardi che mi hanno curato. Quelli che sanno accoglierti nella tua fragilità senza chiederti di giustificarla. Sguardi di persone, di maestri, di anime preziose incontrate lungo la strada che, con un solo battito di ciglia, mi hanno ricordato chi fossi quando io stessa avevo smarrito la bussola. Scrivere questo libro è stato un atto di auto-archeologia visiva: ho dovuto imparare a perdonare gli sguardi che mi avevano lacerato e a benedire quelli che mi hanno restituito la vista. Ovviamente, anche quando era tutto buio, ce ne sono alcuni, forse uno o due, che sono sempre stati e che sono sempre con me.
D: La scrittura, nella tua visione, assume spesso i contorni di una pratica antica, quasi esoterica. Che cos'è per te la scrittura, e in che modo l'alchimia e i suoi valori permeano la tua opera?
R: Per me la scrittura non è mai stata un semplice esercizio di stile o una tecnica narrativa; è, nel senso più radicale deltermine, alchimia. L'alchimista medievale cercava di trasformare il piombo vile in oro puro; lo scrittore fa esattamente la stessa cosa con la materia grezza, spesso dolorosa e caotica dell'esistenza.Nel mio modo di intendere l'arte letteraria, i valori alchemici sono fondamentali:
· La Albedo (l'opera al bianco): La purificazione, la ricerca della luce attraverso la sottrazione, il taglio del superfluo per arrivare all'essenza della verità emotiva.
· La Rubedo (l'opera al rosso): Il compimento, il momento in cui il sangue della vita batte finalmente sullapagina e la storia si anima di vita propria, autonoma rispetto a chi l'ha concepita.
Scrivere significa prendere il piombo delle disillusioni, delle perdite e delle cadute, e fonderlo sulla pagina fino a renderlo oro vivo, condivisibile, capace di risuonare nell'altro. Ecco il senso della Corale in La Maggiore.
D: Dopo il successo e il riconoscimento di Aisling a Edimburgo, lo sguardo è già rivolto al domani. Quali sono i tuoi prossimi progetti editoriali, e ci sono altri premi o tappe importanti all'orizzonte che puoi svelarci?
R: Il futuro si muove già sotto la pelle, come accade quando una nuova storia comincia a premere per venire alla luce. Sto lavorando a un nuovo romanzo che scava ancora più a fondo nelle dinamiche della memoria e nei legami invisibili che citengono legati alle nostre origini, esplorando territori emotivi inediti per me. Per quanto riguarda i prossimi mesi, ci saranno altre tappe importanti, presentazioni internazionali e ulteriori riconoscimenti legati al percorso di Aisling che mi emoziona poter condividere presto con i lettori. Posso solo dire che il viaggio è appena iniziato: la scrittura è un fuoco che non si spegne, e io sono pronta a farmi guidare, ancora una volta, dalla rotta incerta e meravigliosa delle storie.
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